Quasi nessuno mi sentirà, quasi nessuno mi ascolterà.
Ma c’è la giusta scusante : non mi odono.
Con le loro cuffie e con i loro tappi.
Con i loro occhiali stanchi e la montatura con lo scotch.
Ed è la scelta giusta. Non udire, non vedere per poi non poter ascoltare ed osservare.
C’è così tanta differenza tra un verbo ed un altro.
Tra un apostrofo ed un elisione. La stessa che c’è tra me e te.
È duro. Non è edificante.
È bello pensare che le favole esistono, è piacevole.
Dimenticare che le storie hanno una fine, quel gran finale, quello che vorresti o quello che non avresti mai immaginato: c’è un finale.
Il problema sorge quando tu dimentichi che la fine esiste.
/ È bello sapere che la scrittura non ti abbandona, non ti ha mai abbandonato.
Era solo in un angolo lì, compressa, abbandonata sul suolo, grigia e sporca.
Ti guardava come un cane che mugugna in attesa di essere perdonato.
In attesa
di essere
perdonato.
I brividi sì, quelli che percorrono il tuo capo e si condensano in gola.
Non come un nodo. Solo brividi.
Poi li vedi scendere giù, percorrere l’esofago ed arrivare allo stomaco e così..
pian piano disperdesi.
Solo per quello che hai scritto, solo per quello che pensi.
Solo per le parole che scorrono sulla tastiera. Veloci, immobili.
Ed un respiro di sollievo, sì. Ce l’hai fatta.
I tuoi occhi non dovranno sopportare e scaricare cosa c’è nei tuoi pensieri.
Basta un foglio bianco, un qualsiasi foglio, persino un foglio grigio.
Un foglio rosa non sarebbe adatto.
E così vai. Lei che triste e speranzosa ti guardava.
Come hai potuto abbandonarla?
Come hai potuto abbandonarmi?
Forse ci sono momenti in cui parlare è vano.
Parlare, spiegare, dialogare è sempre servito. Sempre.
Forse l’amore non rende ciechi, ma è amando che si diventa ciechi.
Così si evita di vedere ciò che realmente non funziona più.
Non funziona più.
C’è qualcosa che non funziona più.
Rendersene conto da soli è triste.
È lungo il processo. È quasi infinito, perché tu devi combattere contro la tua cecità.
Assurda ed insensata cecità.
Giochiamo a metterci le dita negli occhi.
Forse è un po’ questo l’amore.
L’avevo dimenticato o forse non l’ho mai capito, saputo.
Non ci sono regole nell’amare e nell’amore.
Dovrebbe essere tutelato.
Dovrebbe essere un qualcosa di preciso.
Troppo scontato un manuale di istruzioni.
A me servirebbe un corso preciso, un corso accelerato.
Ora.
Dovrebbe essere legge nazionale, un corso di studi.
La Scuola non ti prepara alla vita.
La Cultura forse sì.
Ed è accantonando lei che sono caduta in fallo.
Non avrei mai dovuto farlo.
Ho abbandonato voi, mie tanto care amiche.
Prometto di custodirvi gelosamente.
Prometto di ritornare a pensare.